Chinese Riss: The Memoirs
Sottotitolo: short lateral streams of consciousness during the fortnight-long Beijing experience.
Il Terminal 2 alle dieci di sera è deserto. In programma ci sono solo un paio di voli, entrambi tra qualche ora. Uno per Mosca, uno per Bruxelles. Cammino per gli ampi spazi tra i banchi abbandonati. La pressoché totale assenza di persone, unita al sottofondo di aria condizionata e di un cicaleccio lontano, mi fa pensare di essere in un film americano di serie B degli anni '80. Là fuori esisterà ancora qualcuno?
Il mio telefono dice che il segnale di China Mobile arriva forte e chiaro, quindi mi rassicuro e aspetto.
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- Which airport? One, two or three?
- èr!, dico perentorio.
In taxi con me c'è un ragazzo sloveno, anche lui studente alla Summer School. Non l'ho mai visto, e non ho voglia di vederlo ora, quindi guardo fuori dal finestrino. Non so come, ma sento un raro magone.
Pechino diventa pian piano periferia e autostrada, mentre l'autoradio trasmette i programmi del sabato sera, che tutto a un tratto mi sembrano familiari.
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- Hey, the Koreans should know this song!!!
- Yeah, maybe they are NORTH Koreans!
[laughs]
Sono seduto su un divano comodo e ampio, probabilmente unico cittadino italiano a conoscere la canzone. Davanti a me ci sono una ragazza di Calgary e un tipo di Long Beach.
Madison, la ragazza, ha un viso carino, capelli lunghi rossi lisci e occhi chiari, esattamente ciò che mi aspetto da una ragazza canadese.
Yao, il tipo, è di origine asiatica, direi sud-est asiatica, ma il suo legame con Los Angeles si vede lontano un miglio.
Lei canta Michael Jackson, lui balla. In realtà stiamo tutti cantando sul divano: loro sono queli che si esibiscono. Il karaoke è appena iniziato, 200 yuan per un'ora.
Con dieci persone in sala, tutti i continenti rappresentati tranne l'Africa e la consapevolezza che là fuori c'è Pechino di sera, non ci si può che divertire da matti.
Commenti
Mi mancavano post così.
Bentornato!