Pensieri Sparsi
Sto scrivendo un libro. È un libro di racconti e ogni titolo è un nome di persona. L'ho iniziato più di cinque anni fa, sullo "smartphone", prendendo una serie di appunti sulla gente che incontravo nella mia quotidianità e che non conoscevo e che sapevo che non avrei conosciuto mai: la zingara dagli occhi furbi che si guarda intorno dentro al bus 18, il cardiochirurgo più famoso della Svizzera, il prete della missione italiana di Norimberga, il rasta che si siede sotto al ponte di St. Francois e ogni tanto cerca di convincerti che gli servono due franchi per il biglietto del treno (ma che alla fine lo ritrovi sempre lì), il ricoverato-fumatore in pigiama di cotone fuori dall'ingresso principale dell'ospedale universitario... Persone reali che sono diventate, piano piano (molto piano) persone immaginarie. Le ho scritte e le ho riscritte fino a fondermi con loro. Fino a renderle una versione di me stesso in un arcobaleno infinito di possibilità. L'unico filo comune - del libro dico - è la solitudine. Non so se lo finirò mai e cosa ne farò una volta che sarà finito. Se mi piacerà abbastanza. Per adesso è qualcosa di concreto, ogni tanto cambia, diventa più lungo, a volte più corto, e vive di momenti, di pensieri sparsi che poi devo fissare nel posto giusto, prima di dimenticarli. Per adesso in qualche modo mi piace il pensiero di averlo lì, sempre a portata di mano.
Diventare padre mi ha cambiato enormemente. È stato, ed è tuttora, un processo epocale, un passaggio tra due ere geologiche, un insieme di fattori, cause, conseguenze e un misto di passato e futuro che ha bisogno di una sua teoria, per quanto imperfetta, di una sua tettonica delle placche. Non ho mai provato un amore tanto puro, tanto forte. Ma non è solo questo. Quando mi chiedono com'è stato avere dei figli, diventare genitore, l'unica cosa sensata che mi riesce di dire è che "ci sono un prima e un dopo". Un mio amico diceva l'altro giorno che da genitore ha provato felicità mai provate prima per magnitudine e tristezze, preoccupazioni e rabbia altrettanto estreme, ma che la media del dopo è sicuramente più positiva della media del prima. Ma non è solo questo. Gaia l'altro giorno ha riso ad una mia battuta, mi ha chiesto perché la luna non era piena, ha mangiato un piatto più grande del mio, ha detto che mi voleva abbracciare, ha urlato perché le ho detto che avevo sonno e lei invece aveva fame e voleva fare colazione, ha fatto una scena perché non voleva mettersi le scarpe e poi non siamo usciti, ha fatto un disegno bellissimo, mi ha detto di lasciarla in pace in bagno perché voleva privacy. Ha fatto ridere Teo e poi ha sorriso un sorriso di soddisfazione. Ma non è solo questo. Teo sorride del sorriso più puro che io abbia mai visto. Sorride ogni volta che lo guardiamo e sembra quasi che in qualche modo abbia "scelto" lui la nostra famiglia, che sia contento di esserne parte, che la sua venuta fosse inevitabile. Teo sembra un anima saggia. Teo scalcia come un selvaggio quando tento di cambiargli il pannolino, dice già mama e papa, resta sveglio due ore nel mezzo della notte, mangia un pezzo di banana con la passione completa di un edonista e si incazza come una iena se tento di portargliela via. Ma non è solo questo. Questa meteorite che ha causato l'estinzione dei dinosauri, questo diluvio universale, questa esplosione di sentimenti, pensieri, respiri, pianti, sorrisi e battaglie quotidiane. Questo amore assurdo. Paula l'ha reso possibile e io non sono riuscito e non so se riuscirò a ringraziarla come si merita. È questo, ma non è solo questo. C'è la mia testa che prima funzionava in un certo modo, ci sono delle radici che sembravano più importanti prima, c'è una storia tutt'altro che lineare, imprevedibile, fluida, piena di domande senza risposte e di risposte a domande che non avevo mai avuto prima, che a ripensarci fluida non è. È tutt'altro che fluida.
Nonostante la forte matrice religiosa della mia infanzia, delle tradizioni e delle abitudini, della famiglia d'origine, del profondo Veneto, ho deciso di rifiutare l'idea che ci sia un dio che è padre. L'idea di essere per sempre un figlio in cerca di protezione, con responsabilità limitate, che ha fiducia in un piano che non conosce, che è osservato e costantemente giudicato, che può persino essere perdonato per interposta persona e che crede che la morte possa essere l'inizio di qualcosa e non una fine. Tra presente e passato, si stima che ci siano tra le 8000 e le 12000 divinità che sono o sono state ad un certo punto oggetto di adorazione e destinatarie di preghiere e sacrifici. Alla fine la verità è che siamo tutti atei quando si parla di Zeus. Perché il verbo dovrebbe essere quello del dio di una certa sottocategoria di cristiani, tra le migliaia d'altri? La terra ha 5 miliardi di anni. Gli uomini esistono si e no da 200 mila. Il mondo è stato fatto in sei giorni e nel settimo giorno, un dio onnipotente e per niente umano era stanco e ha deciso di riposare. Al momento sono abbastanza appassionato dell'argomento e in un'altra vita ci avrei speso ore di pause universitarie, serate di pizze a domicilio e tribune pseudopolitiche con i soliti noti. Ma non voglio che questo sia un post sulla religione, quindi, come diceva il buon Christopher Hitchens: "Se quello che ho scritto vi offende, perdonatemi!".
Non gioco a pallacanestro da quasi tre anni. Da poco prima che nascesse Gaia. Il Davide del prima, di cui si parla sopra, non se lo sarebbe nemmeno sognato. La pallacanestro mi ha seguito dappertutto: dai campetti di asfalto pseudobronx appena fuori da Princeton, alle tristi palestre di oberliga dell'alta Baviera, alle partite incasinate delle serate di basket universitario al politecnico di Losanna, dove mi infiltravo senza essere nemmeno uno studente. Se sei bravo ad un livello decente e non mandi altri giocatori all'ospedale troppo spesso, non si lamenta nessuno. Mi ricorderò sempre i due ventiduenni ticinesi che avevo sempre in squadra quando ho detto loro che non sarei più venuto perché stava per nascere mia figlia. "Figlia? Ma dei sposato? Ma quanti cazzo di anni hai?" Certe cose frivole fanno piacere. La pallacanestro mi definisce. Parla di una parte di me che è imprescindibile, che ho coltivato con una passione feroce, a cui mi sono spesso aggrappato per salvarmi. Quello che voglio dire, senza riuscirci troppo bene, è che nella nostra vita siamo sempre alla ricerca di definizioni, di qualcosa che attribuisca un senso alle nostre azioni, ai nostri pensieri, alla nostra impossibile voglia di esprimere qualcosa. A diversi livelli esistenziali: dal lavoro, alla famiglia, dai valori politici al tipo di vestiti che scegliamo. Quello che volevo dire, senza riuscirci troppo bene, è che Davide è probabilmente molte cose, ma tra queste, è sicuramente un giocatore di pallacanestro.
Altre cose succedono, sono successe e stanno accadendo. A diversi livelli. Prospettive, potremmo dire. Magari un'altra volta. Per ora volevo solo riprendere a scrivere qualcosa, per quanto magari inutile e fine a se stesso.
Forse un po' troppo da ventenni questa canzone. Ma visto che i due ticinesi sono rimasti di stucco...
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