Quella volta che...
Che dire. Seconda puntata.
Buona lettura!
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Come ogni alpinista che si rispetti, anch’io volevo salire il Monte Bianco. Così, radunato il solito gruppo di facinorosi, programmiamo alcune gite di preparazione per poter coronare la stagione con la prestigiosa salita.
Partiamo alla volta di Chamonix in cinque. Le previsioni meteo danno tre giorni di bello, quindi possiamo fare la gita con calma. Si è deciso di salire la via normale francese perché stimata come la più fattibile, perciò: partenza da Chamonix, trenino fino al nido dell’aquila, salita al rifugio de Tête Rousse (3.167), pernottamento, salita in vetta (4.810), pernottamento al rifugio Goûter (3.817), discesa e ritorno a casa.
Arrivati a Chamonix, è d’obbligo un giro alla casa delle guide per dare un’occhiata al meteo. "Merda", oggi e domani bello e poi perturbazione. Decidiamo così di anticipare i tempi e ci fiondiamo sul trenino per poter arrivare a sera al rifugio più alto. Prima del rif. Goûter, bisogna attraversare un canalone (caduta sassi, vivamente consigliato il casco) e salire una cresta rocciosa non difficile, ma esposta, che finalmente ti deposita sullo sperone dove sorge l’edificio. Arriviamo che ormai si sta facendo buio e comincia qualche fiocco di neve. "Ma come? Il tempo doveva essere bello!”. Chiaramente, il posto è super-affollato. Noi avevamo prenotato il rifugio sottostante e quindi dobbiamo adattarci. Non ti mettono fuori, ma ti stipano. Da qualche parte devono tenere una riserva di capperi sui quali avvolgere i malcapitati alpinisti prima di pressarli in cuccette da lager. Anche la cena è un problema. Il gestore ci serve quello che gli è rimasto, cioè un vassoio d'acciaio con sopra il contenuto di una scatola di “Ciappi”… e camminare! Passo il poco tempo che precede la partenza a strettissimo contatto con un maleodorante e sonorosissimo francese, reduce dalla vetta. Sono talmente stanco da non riuscire a chiudere occhio: partenza da Thiene (80 m. s.l.m.) alle 4, arrivo in rifugio (3.817 m. s.l.m.) alle 20.
All’ora stabilita per la sveglia, il rifugio è tutto un ribollire di alpinisti, un infilare imbraghi, un calzare ramponi e un calpestare corde proprie e degli altri; cosa che di per se non allunga la vita di una corda, anzi, una corda ramponata non sarà mai più utilizzabile in roccia. Guardiamo giù, la cresta della sera prima è ricoperta da un sottile strato di neve ghiacciata. Bon, ci penseremo dopo. Ci accodiamo alla fila di lampade frontali e cominciamo l’ascesa. Niente di difficile, si tratta di camminare seguendo una traccia parzialmente cancellata dalla nevicata con una pendenza affrontabile salendo di conserva. I problemi più grossi sono l’altitudine e la stanchezza. Man mano che saliamo, il giorno comincia a nascere, la luce cambia, si intravedono le vette circostanti. L’aria cambia; è una sensazione che ho provato più volte a descrivere a parole, ma è difficile rendere l’idea. Bisogna provarci. L’alta montagna è un ambiente che non ha paragoni.
Arrivati alla Capanna Vallot (4.362), una struttura in lamiera considerata, giustamente, un rifugio di fortuna, facciamo il punto della situazione. Io sono stanchissimo, sono quasi sicuro di avere percorso diversi metri senza rendermene conto, in una specie di dormiveglia. Gli altri sono più o meno nelle mie stesse condizioni e tutti abbiamo dei dubbi sui nostri riflessi. Il fatto di essere legati in cordata dovrebbe essere sinonimo di sicurezza, ma, messi come siamo, nessuno di noi si dice certo di riuscire a reagire in fretta in caso di caduta o scivolamento. Inoltre, ci preoccupa la neve che ricopre la cresta che dovrà essere discesa. “Ma mancano solo 500 metri di dislivello e abbiamo tutta la giornata davanti”. Proviamo ad entrare nella capanna per recuperare un po’ le forze. Passata mezz'ora e riconsiderata la situazione, decidiamo a malincuore di scendere.
Partiamo alla volta di Chamonix in cinque. Le previsioni meteo danno tre giorni di bello, quindi possiamo fare la gita con calma. Si è deciso di salire la via normale francese perché stimata come la più fattibile, perciò: partenza da Chamonix, trenino fino al nido dell’aquila, salita al rifugio de Tête Rousse (3.167), pernottamento, salita in vetta (4.810), pernottamento al rifugio Goûter (3.817), discesa e ritorno a casa.
Arrivati a Chamonix, è d’obbligo un giro alla casa delle guide per dare un’occhiata al meteo. "Merda", oggi e domani bello e poi perturbazione. Decidiamo così di anticipare i tempi e ci fiondiamo sul trenino per poter arrivare a sera al rifugio più alto. Prima del rif. Goûter, bisogna attraversare un canalone (caduta sassi, vivamente consigliato il casco) e salire una cresta rocciosa non difficile, ma esposta, che finalmente ti deposita sullo sperone dove sorge l’edificio. Arriviamo che ormai si sta facendo buio e comincia qualche fiocco di neve. "Ma come? Il tempo doveva essere bello!”. Chiaramente, il posto è super-affollato. Noi avevamo prenotato il rifugio sottostante e quindi dobbiamo adattarci. Non ti mettono fuori, ma ti stipano. Da qualche parte devono tenere una riserva di capperi sui quali avvolgere i malcapitati alpinisti prima di pressarli in cuccette da lager. Anche la cena è un problema. Il gestore ci serve quello che gli è rimasto, cioè un vassoio d'acciaio con sopra il contenuto di una scatola di “Ciappi”… e camminare! Passo il poco tempo che precede la partenza a strettissimo contatto con un maleodorante e sonorosissimo francese, reduce dalla vetta. Sono talmente stanco da non riuscire a chiudere occhio: partenza da Thiene (80 m. s.l.m.) alle 4, arrivo in rifugio (3.817 m. s.l.m.) alle 20.
All’ora stabilita per la sveglia, il rifugio è tutto un ribollire di alpinisti, un infilare imbraghi, un calzare ramponi e un calpestare corde proprie e degli altri; cosa che di per se non allunga la vita di una corda, anzi, una corda ramponata non sarà mai più utilizzabile in roccia. Guardiamo giù, la cresta della sera prima è ricoperta da un sottile strato di neve ghiacciata. Bon, ci penseremo dopo. Ci accodiamo alla fila di lampade frontali e cominciamo l’ascesa. Niente di difficile, si tratta di camminare seguendo una traccia parzialmente cancellata dalla nevicata con una pendenza affrontabile salendo di conserva. I problemi più grossi sono l’altitudine e la stanchezza. Man mano che saliamo, il giorno comincia a nascere, la luce cambia, si intravedono le vette circostanti. L’aria cambia; è una sensazione che ho provato più volte a descrivere a parole, ma è difficile rendere l’idea. Bisogna provarci. L’alta montagna è un ambiente che non ha paragoni.
Arrivati alla Capanna Vallot (4.362), una struttura in lamiera considerata, giustamente, un rifugio di fortuna, facciamo il punto della situazione. Io sono stanchissimo, sono quasi sicuro di avere percorso diversi metri senza rendermene conto, in una specie di dormiveglia. Gli altri sono più o meno nelle mie stesse condizioni e tutti abbiamo dei dubbi sui nostri riflessi. Il fatto di essere legati in cordata dovrebbe essere sinonimo di sicurezza, ma, messi come siamo, nessuno di noi si dice certo di riuscire a reagire in fretta in caso di caduta o scivolamento. Inoltre, ci preoccupa la neve che ricopre la cresta che dovrà essere discesa. “Ma mancano solo 500 metri di dislivello e abbiamo tutta la giornata davanti”. Proviamo ad entrare nella capanna per recuperare un po’ le forze. Passata mezz'ora e riconsiderata la situazione, decidiamo a malincuore di scendere.
Arrivati al rifugio Goûter, beviamo un tè e recuperiamo un po’ di lucidità. Possiamo affrontare la cresta. Fortunatamente il sole ha mollato la neve e, a parte il pericolo che qualcuno dei molti alpinisti in discesa ti cada sulla testa, non abbiamo particolari difficoltà ad arrivare in fondo. Finalmente siamo alla stazione del trenino e possiamo raggiungere Chamonix. Troviamo un posto per dormire e fare una doccia e, dopo avere mangiato tutta la riserva di pane della trattoria, intinta nella Fondue, andiamo finalmente a letto.
Mattina dopo, giornata splendida. Maledetti meteorologi del tubo! Va ben, la prendiamo con filosofia. In fondo il Monte Bianco sarà al suo posto ancora per qualche secolo e forse torneremo a provarci (cosa non ancora avvenuta peraltro). Forse con un po’ più di coraggio o incoscienza avremmo raggiunto la vetta, ma, riparlandone ancora oggi con i miei compagni di allora, siamo contenti della scelta fatta. Una cosa è affrontare una difficoltà che ti capita, un’altra è andarsela a cercare.
Se uno o l’altro di questi racconti vi invoglierà a salire sui 4.000 metri, fatemelo sapere. Magari si potrà fare un giro insieme.
Manrico


Commenti
Magari prima un bel corso base di alpinismo o similia...
Non pensavo fosse così difficile arrivare in cima ad un 4 mila...
Manrico, mi piace il tuo stile asciutto ma incisivo nell'enarrare...alla Rigoni Stern...:-)
La capanna Margherita 4554 è il più alto rifugio d'europa e si raggiunge con una faticosa camminata senza nessun problema tecnico.
Manrico