Quella volta che...
Con una mossa insolita, ma sicuro di fare cosa gradita, apro Geodisney ad un ospite. E pubblico un suo post. Con un certo orgoglio, peraltro.
Buona lettura.
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Non so se sia l’approccio giusto, ma le cose che potremmo avere in comune sono ancora sconosciute e quindi vorrei cominciare a scrivere qualcosa sul vostro blog raccontando qualche aneddoto/avventura che mi è capitata in montagna. Questo è un argomento che spero possa suscitare qualche interesse.
Deciso che si poteva tentare la salita del Canalone Neri alla cima Tosa nel gruppo del Brenta, ho cominciato a circuire il povero Bernie, al secolo Carlo Basso (Bernie in quanto fidanzato con Bianca), decantandogli l’assoluta bellezza dell’itinerario e l’imperitura gloria che ci avrebbe donato l’impresa, omettendo che le volte che avevo visto il canalone d’estate era di un brillante verde bottiglia.
Dopo un accurato studio di cartine, relazioni e informazioni raccolte da riviste e libri, partiamo un sabato pomeriggio di fine giugno. Periodo scelto per trovare il canalone ancora parzialmente innevato e non solo ghiacciato.
I pochi turisti che incontriamo lungo il sentiero per il rifugio Brentei, guardano con un misto di curiosità, ammirazione e commiserazione i mostruosi zaini che portiamo, fingendo di essere a nostro agio con carichi di 20 kili.
Arrivati al rifugio, ci liberiamo del peso e andiamo a vedere da vicino l’attacco della via. Da sotto il canale non fa grande impressione perché, dopo un centinaio di metri, è avvolto dalla nebbia.
Durante la cena dichiariamo al gestore la nostra intenzione e lui ci dice che saremo i secondi della stagione, di fare attenzione sul ginocchio, il tratto più verticale della salita, perché c’è già parecchio ghiaccio esposto e comunque di uscire dalla via prima delle sei di mattina, che “dopo cominciano a venire giù sassi”.
Tranquillizzati andiamo a letto.
Alle quattro siamo all’attacco della via; alla luce delle frontali non riconosciamo neanche un riferimento della sera prima e così andiamo avanti un po’ a caso. Subito, Bernie rompe la superficie ghiacciata di un rivoletto d’acqua bagnandosi fino al ginocchio. Rimarrà così fino a casa. Perdiamo comunque una mezzora prima di trovare la giusta direzione e cominciamo a salire con un po’ d’ansia, le sei non sono lontane.Va tutto bene fino al posto chiamato ginocchio, qui capiamo il significato del toponimo: è effettivamente un sorta di rotula lucida di ghiaccio e bombata, non se ne parla di affrontarla direttamente. C’è però uno stretto passaggio sulla sinistra che permette di salirci sopra. Qui il canalone si apre e la luce dell’alba ci permette di vedere cosa ci aspetta. Un anfiteatro di neve e ghiaccio bello in piedi, ma con una pendenza che si può affrontare. Attrezzo una sosta con due chiodi e dico a Bernie: “Tieni”.
Ragazzi, se non avete mai provato a salire sul ghiaccio, è ora che lo facciate. Procedo piantando solo le punte frontali dei ramponi e conficcando la piccozza avanti a me. Ogni dieci metri avvito un chiodo che, entrando, produce un rumore che sembra preludere alla divisione in due parti del canale. Guardo giù, oltre Bernie in piedi sopra al “ginocchio” non si vede niente; sono appeso a cinque pezzetti di acciaio piantati in uno scivolo di ghiaccio che finisce sulle rocce qualche centinaio di metri più basso: ”Che cazzo ci faccio qui? Sono un cretino galattico, ho delle manine piccole che devono crescere a casa. No non sono pazzo, SONO VIVO, perfettamente cosciente di quello che sto facendo e lo sto facendo bene". Alla fine dei cinquanta metri di corda mi fermo e comincio a scavare con la picca un po’ di spazio per i piedi e piazzo un chiodo. Sotto di me, Bernie, sembra piccolo. Cinquanta metri in orizzontale sembrano niente, in verticale,sono tantissimi.
“Parti Carlo”. Al mio richiamo, il mio compagno toglie i chiodi a comincia a salire. Fatto un metro, scivola con un piede, che evidentemente non era messo bene, e comincia ad oscillare appeso alla corda sopra il niente. Perde la lampada che aveva sul caschetto ed entra nel panico. Il chiodo a cui siamo assicurati entrambi geme un po’, ma non mostra nessun segno di cedimento. Ottimo lavoro. Quasi subito, Bernie riprende il controllo della situazione e comincia a salire. Ora siamo di nuovo insieme. “Me sò cagà dosso, no stà mia dirgheo ala Bianca”. “No stà avere in mente, vetu vanti ti desso?”. “No no assa che me passa, và vanti ancora ti”.
Dopo un po’ sono all’uscita del canalone, guardo l’ora: 6 e 15. Lentamente dalle rocce ai lati del canale si staccano prima uno e poi un altro sasso, piccoli, ma guadagnano rapidamente velocità. Ci stringiamo la mano sorridendo. “Cosa te pare Carlo?”. “Belo belo”. “Lo rifaremo ancora fra qualche ano, cosa disito”. “ Va in figa ti e el canalon dea tosa, serchemo dove fare la corda doppia e andemo casa”.
Senza più nessun problema, cominciamo la discesa circondati da un ambiente incredibilmente bello. La neve rende ancora più affascinante il posto, ma, tanto per gradire, comincia a piovere.
Il viaggio di ritorno si svolge quasi senza parlare, condividiamo in silenzio la soddisfazione della salita ognuno pensando quanta verità raccontare a casa.
Manrico.
Commenti
Prima o poi toccherà anche a me...
Impresa estrema...giuro che piuttosto che una cosa così farei la maratona alpina andata e ritorno!
Le foto però lasciano immaginare cosa si possa provare là in cima...
Mi è venuta quasi quasi voglia di postare anch'io un qualcosa di simile... Vediamo :)
Molto più easy, però neanche tanto male!